Com’è nato il mio romanzo? In che contesto culturale? Quali esperienze?
1. Il contesto in cui nacque I martiri di Zoyss
All’inizio era un collettivo di compagni, così ci siamo sempre denominati sin dagli anni ’70, l’onda lunga di un movimento che ha avuto due apici nella seconda metà del Novecento: quello che si definisce ’68 e l’altrettanto definibile ’77. Ovviamente non starò a sostanziare una contesto che detto così è molto riduttivo, poiché penso che dal secondo dopoguerra in poi non c’è stata soluzione di continuità negli ideali proiettati più o meno utopisticamente verso una società di eguali.
Or bene questo collettivo aveva dato vita a una rivista di storia dell’antagonismo sociale, Progetto Memoria, che aveva prodotto diversi numeri. Di letteratura però non v’era traccia. Filosofia, economia, politica con un taglio marxista e antimperialista, ma lo scrivere era più che altro saggistica. Un percorso che, se non sbaglio, era iniziato nel 1987.
Ma a un certo punto la svolta vi fu quando il personaggio più autorevole di questa storia iniziò a scrivere di fantascienza. Non che Valerio Evangelisti in passato non avesse mai scritto. Ma l’ingresso di Eymerich con il primo romanzo: Eymerich l’inquisitore per la collana Urania della Mondadori fu un primo momento in cui avvennero alcune cose. Valerio accarezzò l’idea, forse allora un po’ balzana, di smetterla con le grigie scartoffie dell’Intendenza di Finanza e di provare a vivere della sua scrittura.
Dovete comprendere che Valerio non era e non fu mai anche in seguito uno scrittore che viveva nella sua torre d’avio: ciò che era e faceva lo condivideva con il gruppo. Idee, riflessioni e una certa idea di militanza cha dal politico poteva diventare attivismo culturale attraverso la letteratura di genere. Ora non sostengo queste cose per parlare di Valerio: la sua storia orai è ben conosciuta e non occorre certo aggiungere altro brodo, magari parlando di premi a concorsi letterari e riconoscimenti vari.
Valerio cambiò vita, ma cambiammo anche tutti noi nell’orizzonte del nostro impegno. Ora c’era di fatto una sorta di statuto letterario dettato da uno scrittore che considerava l’immaginario nei vari suoi generi letterari un terreno di critica sociale attraverso la ricostruzione storica, la prefigurazione di un mondo alieno anche alla vita stessa (fanno più paura i fascisti e la loro visione suprematista che gli extraterrestri), la visione di un mondo possibile, con espedienti letterari che spaziavano nei più diversi contesti storici e fantastici. Era nata Carmilla la vampira, un essere lunare che amava i legami che portano alla liberazione e non l’oscura estinzione dell’umano attraverso la predazione di sangue ed energie, tipica di Dracula. Due allegorie fortissime, uno Yin/Yang che dava l’assalto al cielo del panorama letterario. Non più stereotipi evocativi di stirpe sangue, spade e onore a cui una certa letteratura fantastica ci aveva abituato, ma esplorazione dei mondi possibili che attraversano il nostro immaginario di sovversivi.

Dal 1995, anno della sua nascita al 1998, anno in cui esce il romanzo a puntate del sottoscritto, I martiri di Zoyss, Carmilla diviene un punto di riferimento di nuovi autori che intendevano sperimentarsi dentro una letteratura di genere ritenuta lo Yang della letteratura di serie A. Un’armata sgangherata di scribacchini allo sbaraglio, in realtà con forti potenzialità espressive che le grandi case editrici (la Mondadori aveva già accaparrato Evangelisti) non potevano lasciarsi sfuggire avendo subodorato nicchie piuttosto proficue di nuovi lettori, con le quali Valerio e altri avevano aperto nuove opportunità. Ma mentre le major inglobavano la novità, iniziavano a diffondersi anche nuovi e meno apprezzati valori da parte dell’establishment. Ma si sa, i pescecani fiutano il sangue e aggrediscono alla cazzo, mordendo persino loro stessi. Le uniche strategie sono quelle marketing editoriale nel mare magnum della società dello spettacolo, allora ben berlusconiana. Certo, tutto questo era una piccola zeppa in un meta-ingranaggio che non si è mai fermato. Ma per noi in Carmilla ci lavoravamo fu un toccasana. L’idea di Evangelisti di portare le nostre idee nella cultura letteraria passò d’un botto, anche se il cambio della guardia ci mise tre anni, fino al 1998 per decretare la fine dell’esperienza di Progetto Memoria e l’affermazione di Carmilla come attività primaria del gruppo redazionale. E il 1998 fu l’anno in cui uscì il mio I martiri di Zoyss.
2.
Non fu tanto sul romanzo in sé, per stile, struttura del plot o scelta pedissequa di un sotto-genere. L’influenza fu sul modo di trattare l’immaginario come contenitore da riempire di contrasti allegorici. I martiri di Zoyss in realtà vide la coppia agonista/antagonista con una visione meno ambigua dei personaggi alla Eymerich di Valerio: Chi sono i bastardi nei martiri è sempre molto chiaro. Forse su questo si può parlare di una narrazione più ingenua, come le forze che si contendono il campo dell’universo, ma i riferimenti al sociale sono molto più forti rispetto a un romanzo che ha i vincoli di un contesto storico. Quindi l’ingenuità sparisce di fronte alla vocazione che ho da sempre per la fantapolitica.
I contrasti allegorici allora escono dall’allusione si tingono di realtà evocata. Cosa che vedremo in gran parte della scrittura successiva di Valerio, si pensi solo a Metallo urlante o alla RACHE: il nemico più profondo per Evangelisti è la volontà di dominio assoluto che attraversa i secoli. Questa è l’eredità più forte che ho raccolto nella mia scrittura e nelle narrazioni che continuerò a portare avanti.
Quanta differenza dai trifidi & C., dagli esseri alieni come dagli errori senza ragione che non sia la supremazia dei migliori. Qui la questione è completamente ribaltata, in un senso di giustizia che attraversa tutta la storia umana passata presente e futura.
Il mio romanzo è stato il frutto di un’influenza evangelistiana inconsapevole, allora, ma di certo inevitabile per due narratori che condividevano la medesima ideologia di fondo. Non posso spoilerare il mio romanzo, ma chi lo leggerà comprenderà queste mie parole e la forte relazione con una letteratura di genere che fa pensare, talvolta incazzare o rassicurare, ma mai addormentare le coscienze in un’evasione fine a se stessa. Del resto non c’era forse dell’antimperialismo nel Sandokan (Salgari è un autore tra i più amati da Valerio) che Sollima riprese negli anni ’70, andando a sposarsi perfettamente col sentire comune di vasti strati della popolazione a sinistra, in pieno conflitto sociale? E a cosa si è tornati oggi, dopo le forti dosi di neoliberalismo anche sul piano culturale e dei valori, che dal berlusconismo fino agli apparati mediatici, very proxy del pensiero unico al di là delle colorazioni politiche, hanno riportato in auge eroi piuttosto lineari nelle loro vacue missioni eterodirette, volte a risolvere questioni del tutto soggettive e mai di sistema: il nuovo hollywoodian system che oltre a standardizzare le strutture narrative fatte tutte con lo stampino, sterotipizza ciò che devi odiare o amare a prescindere, poiché tutte le contraddizioni tra agonista e antagonista sono dentro un sistema intoccabile.

Del resto Carmilla alla fine degli anni Novanta ha dato vita a questa controtendenza, dove non avevamo più stirpi e spade, facendo di certo fascismo alla De Turris una sorta di mazurca, una sorta di bio-tecnofascismo della sorveglianza e del controllo sociale. Del resto il primo Rambo ha aperto la strada, con il suo ribellismo individualistico, alla totale ed eroica adesione ai valori del poliziotto che l’ha perseguitato, creando una generazione di golem al servizio del potere in quanto tale. Da qui al perfezionamento al passo con la crescita di una tecnologia sempre più pervasiva il percorso è stato breve. E se oggi sfogliate le tele locandine di Netflix o di altre major comm, la panoplia di agenti che al massimo diventano ribelli individuali per un senso di rivalsa, o degli acefali robocop, è impressionante come la propaganda alla guerra che verrà.
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3.
Molti sono gli accostamenti tecnologici al presente, ma non è questo ciò che è importante. Intanto abbiamo una riflessione sull’ossessione mediatica e la mercificazione delle relazioni umane. Ma di più, questo rapporto tra diseguali basato sulla già menzionata “volontà di dominio assoluto che attraversa i secoli”, è il preludio di una linea letteraria inaugurata nei lontani anni Novanta, se non Ottanta, e che oggi prosegue anche con percorsi carsici. E di carsico I martiri di Zoyss ha molto, proprio perché riaffiora con la sua carica critica dagli anfratti di una stagione storico-sociale al declino, già in pieno neoliberalismo dopo gli scempi sociali reaganiani e il cambio culturale soprattutto in Italia dopo decenni di egemonia culturale di una sinistra social-comunista o cattolica che fosse.
Riaffiora dicendoci che la rivolta non è finita, anzi, che va pensata che è solo agli inizi nonostante il deserto sociale delle gentrificazioni metropolitane, che nel romanzo sono portate al parossismo. E a un dominio che mutua un dominio più grande esattamente come le classi dirigenti nostrane, filo-USA sempre e comunque, al di là degli eventi criminali che non possono non portare a una consapevolezza soggettiva di quanto tutto ciò sia male.

Per questo ritengo che questa lettura di evasione sia anche un momento di riflessione su come la tecnologia non sia cosa neutra (e lo stiamo vedendo), e su come i dominanti senza un contrasto progettato collettivamente porteranno il loro dominio fino all’insostenibilità umana.
Ovviamente ognuno può leggere la storia come meglio gli piace e non trovarci assolutamente nulla che possa portare a una critica dello stato di cose presente.
Ogni testo non è mai monosemico, come l’arte moderna. E una certa polisemia si può ravvisare persino in un Cristo in Croce del Cimabue. È il come il prodotto viene fruito, ossia per dirla alla Mukařovský, sono i significati che conferiamo all’opera a dare un senso (sempre soggettivo) alla medesima. Quindi ogni lettura è sempre un percorso del singolo lettore, che parte dalla cultura e dall’ideologia di chi affronta il testo. Nel patto narrativo con lo scrittore, abbiamo l’incontro con la parte culturale dell’artista che non è mai cosa scontata. Ciò vale ance per la più banale opera d’evasione. È importante ciò che l’artista voleva comunicare, ma poi è giusto che un’opera lanciata nel campo (in questo caso) della letteratura segua il percorso interpretativo di molteplicità, ossia fatto da una moltitudine di fruitori.
I martiri di Zoyss, in definitiva non ha nessuna velleità brechtiana, ossia quella di far riflettere, non è neppure “teatro dell’agit prop”, è espressione pura di una storia che tutto sommato si appoggia su dei cliché che allora erano nuovi e inediti, ma che oggi riscopro essere dei sempreverdi, grazie a quella splendida stagione di nuova letteratura di genere italiana.
