
Autopubblicato su ilmiolibro, ve lo propongo anche nella sua pubblicazione a puntate del 2019 su Carmillaonline. In pratica la storia è ambientata a Bologna e il protagonista è un ispettore di polizia che deve risolvere una sequela di omicidi di adolescenti un un sala da gioco molto… combattiva. Del resto a molti ragazzi, si sa, piace il brivido. Ma non al punto di rimetterci la pelle. E così, Yuri Cattabriga, ispettore di polizia di fresca nomina, si trova ad affrontare un caso che ha il sapore di un rebus insensato, nei meandri di una Bologna bene, che tanto bene non è.
Qui trovate i link al romanzo su Carmillaonline
Qui di seguito la mia autointervista su questo noir.
D. Un romanzo noir con il solito ispettore di polizia. Oltretutto ambientato a Bologna, che tra romanzi e serie televisive è già piena zeppa di poliziotti. Talmente piena che per il caos gli uni potrebbero arrestare i colpevoli degli altri…
R. Calma. Bologna è sì piena di poliziotti. Ma quelli che mi preoccupano di più sono quelli veri (ride). Certo, l’ho pensato anch’io. È un canovaccio trito quello dell’ispettore di polizia, del commissario in soprabito e pipa e nelle sue varianti più o meno anticonformiste.
Yuri Cattabriga, in realtà, è uno sbirro sui generis. Non posso entrare nel merito della storia. Mi limito a dire che è un poliziotto che non sta al suo posto a partire da uno stile di vita piuttosto trasgressivo. Solitamente tutta la trasgressione che si può rilevare in un poliziotto da romanzo è una sorta di complicità confidenziale con i personaggi border line. Ma che non va mai oltre l’arco scenico del dramma altrui, del vizio da codice penale. È un ruolo ferreo, perché il poliziotto per assunto intangibile, per essere credibile, deve essere sempre dalla parte della Legge con la elle maiuscola. Yuri non è così: ha una visione tutta sua del lecito e dell’illecito. Indubbiamente fa parte della categoria degli anti-eroi, ma un “anti” positivo, non certo alla “cattivo tenente” di Abel Ferrara. E Yuri, l’arco scenico che separa la polizia con la P maiuscola dai fatti normali della vita, da azioni border line, lo passa, eccome. Perché ama e gode, semplicemente. Perché non sopporta l’austerità. Andare oltre i formalismi è un fatto desueto. Andare oltre un ruolo imposto da un genere, ritengo sia più interessante. E che possa aprire nuove visuali, diverse. Il genere è solo un pretesto. Per questo, il romanzo gode di vita propria, non deve giustificare puntigliosamente una trama da noir, che pure c’è.
D. E allora veniamo al romanzo. L’opera è un noir, ci sarà un caso da risolvere e delle piste da seguire…
R. Non è proprio così. Il caso c’è e viene risolto con l’intuito da chi non si accontenta di seguire piste di comodo. E i colpi di scena non mancano. È il piano dell’attendibilità della macchinazione criminale e della soluzione che può disorientare un attimo. Anche se in realtà, oggi, con la tecnologia si può andare oltre le pipe e le pistole fumanti. Inoltre, ho puntato molto alla gag e a un ritmo serrato, come del resto lo scenario primario favorisce: un’arena labirintica dove due squadre combattono tra loro con fucili laser. Stilisticamente, questo noir ha quasi il taglio di un fumetto. Sul piano linguistico, l’io narrante è una specie di zelig, perché si cala quasi completamente (metto il quasi, grazie all’ultimo editing) nei personaggi. Un mondo giovanile metastorico, comunque post-generazioni “pese”. E il paradosso è che il contrasto tra generazioni che si ponevano un perché delle cose e generazioni in apparenza senza ideali, sopprattutto della borghesia bene, viene portato avanti da un poliziotto. Non un figlio del PCI come Montalbano, che avrebbe dei limiti d’azione e di ruolo notevoli, ma un personaggio che potrebbe essere benissimo un “post-pantera, anni ‘90” … come Cattabriga.
D. E quanto di autobiografico c’è?
R. Io non sono mai stato un poliziotto.
D. Dai, che hai capito benissimo la domanda…
R. Ho parlato di post-Pantera. La linea che io considero – soggettivamente – di frontiera con una grande deriva di fine millennio. Da lì, dalla linea del crepuscolo, probabilmente mi sono messo a descrivere e raccontare le nuove generazioni. Io però sono più figlio degli anni ‘70. Gli anni ’90 li ho vissuti quasi come uno spettatore, anche se ho fatto la mia parte (poco, ma l’ho fatta). Diciamo così: non era “il mio tempo”. Però si percepisce che il romanzo ha avuto una genesi lontana: infatti, l’idea nasce alla fine degli anni ’90, dopo una partita a laser game (un gioco allora nuovo) che ho fatto per proporre ai gestori un video. La gestazione quindi è stata molto lunga, prima di avviare il lavoro di stesura. Com’è ovvio l’opera si porta dentro tutto il mio bagaglio culturale e indirettamente parte del mio vissuto. Ma c’è ben poco di autobiografico. Forse alcuni accenni adolescenziali. In particolare, nel disagio e nelle emozioni vissute con le prime scoperte sessuali. Ma più come leit motiv che come fatti in sé. I fatti sono tutti di fantasia…
D. E come dici nella tua citazione iniziale, nel romanzo di “fatti” ce ne sono tanti…
R. Non ho certo voluto esaltare l’uso di droghe. Anche se dal romanzo emerge certamente la mia opinione sulla marijuana, insomma, su quelle che vengono definite droghe leggere. Ho voluto calarmi (verbo attinente…) in una realtà giovanile e mi sono accorto che, al di là delle mode e delle tendenze, dagli anni ’90 in poi, in gran parte dei gruppi adolescenziali è come se aleggiasse una sorta di nichilismo autoreferenziale.
D. Cattabriga, in un certo senso, fa da contraltare. Non in chiave sbirresca, anche se lo sbirro lo fa, eccome. In fondo, può benissimo essere la voce delle generazioni precedenti. E forse è qui che si rivela maggiormente l’identificazione dell’autore con il personaggio primario.
R. In molti punti del lavoro, utilizzi delle tecniche descrittive che appartengono al linguaggio cinematografico. È una deformazione professionale? (ndr: l’autore è regista di video).
D. Beh, la conoscenza del linguaggio cinematografico, dei soggetti, delle sinossi o delle sceneggiature, certamente mi spinge a farne uso con una certa facilità. Ma in questo caso non l’ho fatto per vezzo. Gli elementi descrittivi che ho utilizzato e che sono presi dal cinema mi sono serviti per due operazioni. La prima di incipit, per descrivere i personaggi senza perdere il ritmo: un bel blocco descrittivo, sintetico, è un patto che il lettore secondo me può accettare di buon grado. La seconda pertiene la forza poetica che il linguaggio cinematografico possiede in sé. Pertanto, l’uso che ne ho fatto è in due punti molto importanti dell’opera. Ma non aggiungo altro perché dovete farvi un’idea leggendo l’opera nella sua organicità.
